Le Streghe e San Giovanni – il lascito della cultura contadina

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A Roma, la notte delle streghe ebbe una felice reinterpretazione in chiave cattolica. Era credenza popolare che, la vigilia di san Giovanni, i fantasmi di Erodiade e di sua figlia Salomè – che avevano fatto decapitare il Battista, e per questo erano state condannate a vagare per il mondo su una scopa – chiamassero a raccolta tutte le streghe sui prati del Laterano.

Per proteggere la Basilica di San Giovanni e dunque scacciare le streghe, a lume di torce e lanterne, i fedeli partivano da tutti i rioni di Roma e dai paesi vicini per concentrarsi a San Giovanni in Laterano, che era ritenuta la più importante chiesa della capitale. I partecipanti, prima di lasciare la propria abitazione, provvedevano a rovesciare sull’uscio di casa una manciata di sale grosso e a porre alla porta d’ingresso una scopa di saggina. Si diceva infatti che le streghe, oltre a essere dispettose, fossero anche estremamente curiose e si sarebbero fermate sull’uscio a contare i grani di sale e i fili di saggina. Così facendo, invece di raggiungere il Laterano e poi il Noce di Benevento, avrebbero perso le ore preziose della notte e, sorprese dall’alba, sarebbero state dissolte dai raggi del sole.
La partecipazione popolare a questa ricorrenza era massiccia: si mangiava e si beveva in abbondanti banchetti e soprattutto si doveva far rumore con trombe, trombette, campanacci, tamburelli e petardi di ogni tipo. Con questi rumori assordanti e con la grande confusione si impaurivano e si allontanavano gli spiriti del male e le streghe, non solo per salvare la Basilica, ma anche per impedire loro di raccogliere certe erbe che, colte in quella notte, costituivano materia prima per i malvagi incantesimi.

Nella capitale la festa si concludeva all’alba. Dopo lo sparo del cannone di Castello, il Papa si recava a San Giovanni in Laterano per celebrare la messa alla presenza delle autorità religiose e politiche e, al termine della funzione, dalla loggia della Basilica gettava monete d’oro e d’argento, scatenando la folla presente.

 

Il sonno di San Giovanni

A differenza di Roma, Bari aveva già molte storie e tradizioni legate alle streghe e, riservandosi il diritto al baccano della vigilia, inventò una nuova tradizione.

Una leggenda narra che san Giovanni cadde in un sonno profondo durato tre giorni e tre notti. Era talmente profondo che nemmeno Gesù riuscì a destarlo. Al suo risveglio, Gesù gli disse: “Ieri è stato il tuo onomastico e non te ne sei accorto!”
Secondo la fantasia popolare, in questa ricorrenza tutti dovevano stare alzati e far fracasso con trombe, trombette, campanacci, tamburelli e petardi, per aiutare Gesù a svegliare il Battista prima del suo onomastico. Chi portava il nome di Giovanni, poi, doveva onorare il Santo addobbando con festoni lo spazio in cui abitava, che si trattasse di una via o di una corte, e imbandendo un banchetto con il tradizionale piatto stracolmo di pasta minuicchi con pomodorini freschi e ricotta marzotica, e altre prelibatezze tra cui i fichi fioroni. Erano chiassose e gaie tavolate all’aperto: sui terrazzi, sui balconi, per le strade, dinanzi agli usci dei bassi, nelle corti e nei vicoli della Città Vecchia, dove famiglie, amici e conoscenti si riunivano con gioia a dispetto di qualsiasi miseria umana. Era anche il tempo delle serenate d’amore sotto il balcone, e le donne “vacantine”, così si chiamavano le ragazze in attesa di marito, traevano gli auspici per conoscere il mestiere del futuro consorte. Seguendo un antico rito, si faceva fondere sul fuoco del piombo, per poi gettarlo incandescente in un recipiente d’acqua, nel quale si solidificava assumendo le forme più strane. Dall’interpretazione di quelle forme, le ragazze avrebbero potuto capire il mestiere del futuro marito.

 

Il solstizio d’estate nella Cattedrale di San Sabino

A conclusione del racconto La fata della Casa, che ha come antefatto la storia vera di un furto di statue della Madonna avvenuto a Cutrufiano (Lecce), ho trattato del miracolo della luce. Nel giorno del solstizio d’estate, un raggio di sole colpisce la navata centrale della Cattedrale di San Sabino a Bari e, attraversando il finestrone della facciata principale, fa sì che i diciotto petali del rosone vengano proiettati in coincidenza del mosaico posto ai piedi dell’altare. Il fenomeno si ripete ogni 21 giugno alle 17:10. La luce penetra nella chiesa e dà il benvenuto all’estate. Si tratta di una precisa volontà di architetti e astrologi che, nel XIII secolo, scelsero un punto ben determinato per ricostruire la Cattedrale e modellare il mosaico e il rosone. Inoltre la Cattedrale, e dunque la facciata, è rivolta a oriente, secondo il dogma teologico vigente all’epoca. È scritto infatti che la Croce di Cristo fu eretta sul monte Calvario a guardare verso ovest, quindi i fedeli in adorazione devono essere rivolti a est, che per antica tradizione è la zona della luce e del bene. Gesù Cristo salì in cielo a oriente dei discepoli ed è consuetudine che così facessero anche i Martiri. Sempre secondo la tradizione, l’aurora è il simbolo del Sole della Giustizia che si annuncia e anche il Paradiso Terrestre veniva ritenuto, dai primi cristiani, collocato genericamente a oriente. Il Concilio di Nicea del 325 d.C. ribadì chiaramente il criterio “Versus Solem Orientem”, conosciuto sin dalla remota antichità, era comune infatti anche ai templi pagani, soprattutto greci.

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La scoperta del miracolo della luce

La scoperta del miracolo della luce nella Cattedrale di San Sabino[1] è piuttosto recente. A compimento dei lavori di restauro che interessarono la Cattedrale per ben tre anni (2002-2005), l’Arcivescovo di Bari-Bitonto, Monsignor Francesco Cacucci, decise di cambiare la disposizione dei banchi del tempio, per rendere visibile il bellissimo rosone musivo del XIII secolo, celato da tempo e collocato proprio ai piedi dell’altare. Così facendo, permise l’incredibile riscoperta del miracolo della luce.

Era il sei giugno del 2005, un lunedì di ordinaria routine, quando il canonico e penitenziere Monsignor Ignazio Fraccalvieri era assorto a pregare nel confessionale. Michele Cassano, scrittore e sacrista della Cattedrale di San Sabino, si trovava sull’ambone a collocare il lezionario in preparazione alla messa vespertina. Era un tranquillo pomeriggio e la chiesa, in attesa dei fedeli, era silenziosa e illuminata dai raggi del sole. Stante sul lezionario, Michele osservava dinanzi a sé il lungo corridoio d’ingresso che, secondo le disposizioni dell’Arcivescovo di Bari-Bitonto, era finalmente libero dai banchi per rivelare il mosaico musivo. Un po’ come Mosè e il suo popolo tra le acque del Mar Rosso, Michele provò probabilmente un gran senso di ariosità e, ordinando il lezionario, l’attenzione del sacrista fu catturata dai riflessi del sole che filtravano dal rosone centrale. Questi, risplendendo in diciotto petali, apparvero lambire il mosaico musivo, prima celato dalle panche, posto dinnanzi all’altare. Il sacrista lo “scoprì” di stessa forma e dimensioni del rosone della facciata e, trasecolato alla vista, riferì subito a Monsignor Fraccalvieri. Quando don Ignazio lo vide, rimase basito e pieno di entusiasmo. Probabilmente sospettando dell’antico rito legato al solstizio d’estate, disse al sacrista di fotografare ogni giorno la posizione della proiezione del motivo ornamentale all’interno della Cattedrale. II 21 giugno, accadde il miracolo della luce: Beppe Gernone fotografò per la prima volta la proiezione posarsi perfettamente sul pavimento musivo. Erano le 17:10.

Negli anni successivi il miracolo della luce è diventato un evento sempre più conosciuto e partecipato nella città di Bari.

Il mistero celato nei secoli

Quindi l’incredibile scoperta, stando ai fatti, avvenne semplicemente per una nuova disposizione dei banchi della chiesa, che rivelò il mosaico del rosone celato da secoli. Il discorso non fa una piega se non si è curiosi ma, da ricercatore, non ho potuto che pormi qualche domanda: come è possibile che un evento così unico e spettacolare sia stato dimenticato col passare dei secoli? D’altronde la chiesa era stata costruita con lo scopo di esaltare il solstizio e rendere gloria alla grandezza di Dio e del Creato. Qualcosa non tornava. Decisi così di contattare il sacrestano Michele Cassano, che già conoscevo per i suoi libri su Bari Vecchia, e porgli la seguente domanda:

 “Per caso si sa come mai il culto era stato dimenticato? Probabilmente ci sarà stata qualche proibizione ecclesiastica, ma non riesco a trovare nulla sui miei libri o online, tu sai qualcosa a riguardo?”

 

La prossima settimana  risponderò a una domanda che mi ha ossessionato per mesi: perché il miracolo della luce della Cattedrale di Bari è rimasto celato per secoli e riscoperto solo il giorno del Solstizio d’Estate del 2005?
Come sempre, sarà un altro articolo intriso di mistero e cultura, vi aspetto!

Continua qui: il mistero della cattedrale di Bari e l’orientamento astronomico delle chiese

Qui la prima parte di tre di questo articolo: “Le Masciàre – Streghe dal Sud Italia

Tratto dalla sezione articoli e ricerche del libro “La Tagliatrice di Vermi e altri racconti”, di Gaetano Barreca, in uscita a fine settembre 2017 per la Wip Edizioni.

Per saperne di più vi invito a visitare la pagina www.gaetanobarreca.com

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[1] L’edificio attuale, che data tra il XII e il XIII secolo, probabilmente verso l’ultimo trentennio del millecento, fu costruito, per volontà dell’arcivescovo Rainaldo, sulle rovine del duomo bizantino distrutto da Guglielmo I detto il Malo (1156), del quale è possibile ancora oggi osservare, a destra del transetto, parte del pavimento originario che si estende sotto la navata centrale.

[2] Foto acquistata dall’autore dal sito dell’ICCD, Istituto Centrale per il Catalogo e la Documentazione