Di Ruderi e Scrittura

Lupi Mannari, come scacciarli e come guarirli

“Una mia prozia con cui vivevo mi raccontò una volta che un amico di suo padre abitava a Bari vecchia. La sera della luna piena metteva fuori una tinozza piena d’acqua e diceva alla moglie: “mi raccomando se senti dei rumori non uscire”. Lui diventava lupo e in preda a un’agitazione incontenibile correva per tutto il Borgo ululando e poi finiva nella tinozza e ritornava uomo. Una notte la moglie uscì fuori per guardare e lui la uccise non riconoscendola. Questa storia accadeva ottanta anni fa.”

Testimonianza di Rosa Ladisa, Bari

Erano queste le storie che si raccontavano in famiglia e negli usci di casa, quando il popolo si riuniva per trascorrere un po’ di tempo assieme. Una routine di ogni comunità che nonostante i racconti di storie paurose, dava a tanti sicurezza ed esorcizzava il male. Il popolo del Mediterraneo, e nel nostro interesse quello del Sud Italia, è sempre stato particolarmente legato alla terra e ai suoi riti. E non sarà una sorpresa scoprire che la leggenda del lupo mannaro, o licantropo, ci è stata tramandata dalla mitologia greca con l’arrivo dei suoi primi coloni, fondatori della Magna Grecia.

La versione più nota di questo mito, quello di Licaone, è narrata da Ovidio nel Libro Primo delle Metamorfosi, per bocca di Zeus. Il Signore dell’Olimpo si era recato nell’inospitale dimora del re di Arcadia, annunciandosi come un Dio e suscitando la perversa curiosità di Licaone, che dubitava del suo status divino. Così il re aveva sgozzato un ostaggio inviatogli dalle genti di Molossia, per servirlo in pasto al Dio, ma questi, scoperto l’inganno, aveva fatto crollare la casa su di lui, mutandolo poi in lupo.

Ovidio così riporta:

Atterrito fugge e raggiunta la campagna silenziosa
lancia ululati, tentando di parlare. La rabbia
gli sale al volto dal profondo e assetato come sempre di sangue
si rivolge contro le greggi e tuttora gode del sangue.

Le vesti si trasformano in pelo, le braccia in zampe:
ed è lupo, ma della forma antica serba tracce.
La canizie è la stessa, uguale la furia del volto,
uguale il lampo degli occhi e l’espressione feroce.

In queste poche righe, compaiono gli elementi classici del licantropo che da secoli riempiono le storie di molti autori e si sono radicate nella mentalità popolare.

L’intenzione della Chiesa di annientare o perlomeno sostituire i riti e le storie pagane con quelle cristiane, come è noto, non è mai riuscita del tutto. E così accadde anche con la storia del lupo mannaro. Nella tradizione popolare delle terre di Puglia si credeva che “nessun essere umano di sesso maschile poteva compiere il sacrilegio di venire al mondo nella ricorrente notte in cui nacque Nostro Signore Gesù Cristo. Chi infrangeva la regola, per disegno sovrannaturale imperscrutabile, nasceva con una piccola coda di lupo e “lepòmene” (licantropo) inguaribile per tutta la vita.”

Lupi mannari si nasceva secondo questa storia, ma alcune tradizioni riportano che si poteva anche diventare. Vi è infatti una tradizione abruzzese secondo cui dormire sotto la luna piena, di mercoledì notte, avrebbe portato al licantropismo.

Come scacciare un lupo mannaro

Molte tradizioni concordano che chiunque si fosse trovato di fronte a un lupo mannaro, per salvarsi dall’attacco, doveva arrampicarsi su un albero o dove non possibile, salire almeno un numero di tre gradini. Quelli della chiesa erano i più efficaci. Ogni parte d’Italia ha ancora piccole accortezze e, se in alcune casi si dice che un rimedio ancor più sicuro quanto pericoloso fosse quello di andare incontro all’uomo lupo e pungerlo con un oggetto appuntito, a Bari si tramanda che il maledetto dovesse esser ferito con un taglio a forma di croce sulla fronte e dunque gridare con forza:“Sime chembare de San GGiuànne”, “Siamo compari di San Giovanni”, ciò obbligava i due al comparatico a vita. Il dialetto, anche in questo caso sortiva il fascino della guarigione.

Come guarire un lupo mannaro

Abbiamo detto che il rimedio più sicuro quanto pericoloso per proteggersi da un lupo mannaro è quello di andargli incontro e pungerlo con un oggetto appuntito. Si raccomandava l’ago di una sarta o la punta di un coltello speciale. Ad Adelfia, in provincia di Bari, ho sentito per la prima volta parlare della figura del Tagliatore del tempo. Nel passato – mi ha raccontato Vito Nicassio -, nei paesi a vocazione agricola, vedere alzarsi in cielo nubi minacciose evocava il terrore della grandine che avrebbe distrutto i raccolti. In quei momenti, il popolo avvertiva tutta la sua impotenza. La preghiera e i rituali, erano l’unica arma a disposizione contro la furia della natura.  Questa la formula:

“Spandet, Madonna me
Non si dermenn
Veggh na nuvel venè da lenten
Firmue a cur cavall ‘mbem
Mannua ind a na grott ‘gnor e oscur
Addò non stè nisciuna criatur
Uard la vign e uard u seminet
Uard la carn ca stè battezzet”

Traduzione dal dialetto Montronese:
“Risvegliati Madonna mia
Non più dormire.
Vedo venire una nuvola da lontano.
Frena la briglia a quel cavallo infame.
Mandala in una grotta nera e oscura
Dove non c’è nessuna creatura.
Proteggi la vigna e la terra seminata
Proteggi la carne battezzata.”

Conclusa la formula, si recitavano tre Ave Maria e tre Gloria Padre. Il rito aveva un finale inquietante. Con la mano si segnava una croce in direzione delle nuvole tempestose. Dopo con un coltello, lo stesso utilizzato per scannare gli animali da cortile, si solcava sul terreno una croce. Il rito terminava conficcando con forza il coltello nel terreno.

Di una possibile guarigione, permanente, dalla licantropia, ne lessi per la prima volta nel libro di Alfredo Giovine, «Bari dei Fanali a Gas», Edizioni Fratelli Laterza, Bari, 1982. Articolo: “lepòmene”, dove riferiva che per curare l’uomo effetto da licantropia bisognava fare un taglio a forma di croce sulla fronte utilizzando il coltello del tagliatore di trombe marine. Nelle mie successive ricerche ho riscontrato che la storia del Tagliatore del tempo raccontatami ad Andria e quella del tagliatore di trombe marine sono due declinazioni di una matrice comune che proviene dalle isole del vento, le Isole Eolie. Una storia che più avanti spiegherò.

Il tagliatore di trombe marine, o signore delle tempeste, come da ora in avanti lo chiameremo, usa un coltello necessariamente nero. Con questo in pugno e mormorando la formula segreta, il pescatore o marinaio designato poteva tagliare la tromba d’aria che incombeva minacciosa e, spezzandola, annullarla in fievoli turbini di vento inoffensivo. Il taglio della tromba d’aria è testimoniato da secoli sia nei racconti dei testimoni increduli che accertano che il rito sortì l’effetto, che nella letteratura. Il detentore di tale dono viene tenuto segreto. Un dono, questo, che viene insegnato e tramandato solo la notte di Natale in chiesa o al cimitero. Si dice infatti che la formula usata sia talmente blasfema che chi la usa, anche se per salvare la propria gente da morte certa, si condanni da solo alla dannazione eterna. La notte di Natale sarebbe l’unico momento tanto sacro da poter pronunciare tali scongiuri senza conseguenze. Tra questi, persino la testimonianza di Monica Vitti e di Michelangelo Antonioni che il regista riporterà in un intenso articolo dal titolo “Le avventure dell’Avventura”, sul Corriere della Sera del 1976.

“Quando la vidi arrivare… (la tromba d’aria) …gridai all’operatore di portare la macchina da presa subito e girare. Monica Vitti aveva paura e allora uno dei pescatori che lavoravano per noi le disse che lui sapeva “tagliare” la tromba, suo padre gli aveva confidato le parole magiche in chiesa durante una notte di Natale anni prima: le pronunciò e la tromba svanì.

E io mi arrabbiai perché quella tromba era esattamente ciò che mi serviva per descrivere il mistero dell’isola”.

Un articolo che mi pregio l’onore di poter pubblicare qui e per intero grazie alla gentile concessione dei diritti di pubblicazione della Signora Enrica Fico Antonioni.

Continua qui “Antonioni: Monica Vitti aveva paura”

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