Storie al focolare

La Storia di Mezzo Culo – Alfredo Giovine

storia barese 2

C’era una volta una famiglia composta da padre, madre e numerosi figli. Un giorno d’inverno, quando il freddo si faceva sentire più del solito, ad una delle figlie sorse il desiderio di frittelle e panzerotti. Nonostante fossero tutti d’accordo, non possedevano la padella per friggerle, perciò un’altra delle figlie propose di chiederla in prestito a qualche vicina. «Sì – assentì la madre – è vero, va’ pure da Mezzo Culo e fattela prestare; però sta’ attenta a non chiamarla col soprannome, chiamala Angiolina». 
E la figlia così fece. Si recò da Angiolina e le chiese, l’uso della padella perché, disse, dovevano friggere frittelle e panzerotti.
«Con questo freddo – disse Mezzo Culo – sono proprio indicate. – ed aggiunse – io ti dò la padella, però mi devi promettere di portarmi qualche frittella e panzerotto, altrimenti non te la presto». 
«Va bene – promise la ragazza – non preoccuparti».

Ritornata, a casa tutta contenta, consegnò la padella alla madre, che la mandò a comprare la pasta cruda. Prepararono le frittelle e i panzerotti, le frissero e cominciarono a mangiarle. Una frittella e un panzerotto, tira l’altro, in breve il piatto rimase vuoto. 
«E ora – disse la mamma preoccupata – come faremo con Mezzo Culo?».

Nessuno aveva il coraggio di andare a restituire la padella senza la contropartita promessa di frittelle e panzerotti. Poiché dell’impasto non era rimasto niente, pensarono bene di rimediare, con un po’ di mangime per le galline, lo lavorarono e con quella specie di pasta ottenuta la riempirono con avanzi di carne fritta, ricotta e zucchero; ma era poca cosa. Perciò catturarono alcuni topi e scarafaggi e li mescolarono con gli altri ingredienti, ricavandone alcuni panzerotti e qualche frittella. Dopo di che la ragazza portò frittelle, panzerotti e padella a Mezzo Culo che, alla vista di quel saporito dono della frittura, esclamò tutta contenta: «Grazie, grazie e porta tanti saluti a mamma». Non appena la ragazza se ne andò, Mezzo Culo cominciò a mangiare. Il primo boccone conteneva ricotta e carne e le cose andarono bene. Ma al secondo boccone sputò dal disgusto, imprecando: «Che cosa hanno messo qua dentro?». Uno sguardo bastò, per accorgersi che vi erano pezzi di topi e di scarafaggi.

«Ah, credete di avermi preso in giro? – fulminò – ma ora vi farò vedere io, mi vendicherò. State pur certi che vi ucciderò tutti». Un’inquilina, sentendola gridare e minacciare, ebbe cura di avvertire la madre della ragazza del pericolo imminente. La donna si preoccupò della vendetta e adottò misure di difesa: strofinando, con del sapone, i gradini delle scale che portavano alla loro casa. Fu spinto il cassettone ed il letto dietro la porta di casa, per renderla più resistente in caso d’attacco. Poi si nascosero tutti: chi in un vaso, chi nell’armadio, chi nel gabinetto, chi nel camino, chi nella credenza, chi nel lettino posto accanto a quello della mamma. Mezzo Culo, con un lenzuolo in testa, un bastone di ferro in una mano e un campanello nell’altra, uscì di casa e digrignando i denti (pochi, in verità) e lanciando fulmini giunse all’ingresso dell’abitazione degli ingrati. Con un colpo d’anca spalancò il portoncino e imboccò le scale. Ma appena pose il piede sul primo gradino, scivolò e si fratturò una gamba. «Ah! – gridò per il dolore e per la rabbia – mi verrete tra le mani!». Superò il secondo gradino, ma scivolando ancora, si ruppe l’altra gamba. La madre e i figli erano quasi morti di paura. Mezzo Culo salì il terzo gradino e un altro scivolone le procurò la rottura di un braccio. Salì ancora l’ultimo gradino e si spezzò l’altro braccio. Giunse in cima alle scale al colmo della rabbia. Colpì con un colpo di sedere (scusate di… mezzo culo) la porta di casa e la spalancò. Il letto e il comò, spinti dal violento urto, finirono sulla parete di fronte. Mezzo Culo scompigliò il letto, e sorprendendo la mamma e una figlia che si tenevano abbracciate per la paura, le uccise. Girò poi per tutta la casa uccidendo tutti, tranne un ragazzino che si era nascosto nel vaso. Soddisfatta, se ne andò. Il padre, quando rincasò, dal figlio rimasto salvo, seppe tutto.

L’uomo si armò di tutto punto e andò a casa di Mezzo Culo, che, al vederlo, gli domandò con spavalderia vendicativa: «Che vuoi?».

«Tu hai ucciso la famiglia, mia cara, e io ucciderò te», rispose l’uomo risoluto.
«No, no», implorò Mezzo Culo, «non sono stata io». 
«Non è vero – intervenne il figlio – io ti ho vista. Sei stata tu. Papà, uccidila ».
Senza che Mezzo Culo avesse la possibilità di chiedere aiuto, il padre la uccise e ritornò a casa col figlio. Versò un liquido magico sui suoi cari pronunciando la miracolosa formula: «Santa Manna di San Nicola, fammi risuscitare la mamma con i figlioli» e tutti risuscitarono, e vissero felici.

E come i baresi concludevano sempre i loro racconti:
“Storia mè nonn-è cchiù, mal’a llore e bbèn’a nnù. Sanda Necole e Gesù, stonne sèmme che nnù.”
“Storia mia non è più, male a loro e bene a noi. San Nicola e Gesù, stanno sempre con noi.”

Autumn 2018 (1)

Copyright.svgTutti i diritti riservatiAccademia_logo

Testo in italiano concesso dal direttore dall’Accademia della lingua barese “Alfredo Giovine”, Dr. Felice Giovine.

Bibliografia:
Alfredo Giovine, «Le stòrie de nonònne Iangelìne», Biblioteca dell’Archivio delle Tradizioni Popolari Baresi, Bari, 1967; Ristampa anastatica «Le stòrie de nonònne Iangelìne», Centro Studi Baresi, Bari, 1986.
Emerograzia: Alfredo Giovine, «Stòrie epatòrie alla barese», ne : «La Gazzetta del Mezzogiorno», Bari, 10-10-1982.

Divulgazione web: Gigi De Santis, Centro Studi “Don Dialetto” – (Ricerca e Divulgazione della Cultura Popolare Barese)

In video: I racconti della tradizione popolare barese. Vito Signorile interpreta “La stòrie de mìinze cule” Archivio delle tradizioni popolari di Alfredo Giovine – Dal libro, Le stòrie de nonònne Iangelìne.

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