Bozze d'Autore

Titìne la sarta – tratto da “Dopo il Funerale”

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Un’estratto dal mio romanzo inedito – Dopo il Funerale

“Alle 13:25 in casa Lorusso, Loredana era rientrata da scuola; non avrebbe detto nulla della baraonda avvenuta durante il compito in classe o del brutto voto in geometria. Lei era innamorata. Quello che contava era aver provato finalmente l’ebbrezza di poter appoggiare le proprie labbra sulla guancia destra di Nicola. Di Nicola! Non si sarebbe fatta rovinare quella giornata memorabile per nulla al mondo e, se anche aveva già parlato di questo con Caterina a scuola, non vedeva l’ora di disquisirne ancora.

«Minkia!» si concesse contenta.

Anche se non ci fece subito caso, la tavola in cucina non era apparecchiata e l’odore di pasta al sugo nell’aria era assente. Attraversando il corridoio per recarsi in camera, nello studiolo di casa vide il padre posare sul tavolino basso un bicchiere di whisky. La madre Titìne era sulla soglia, di spalle. Capelli legati, testa bassa, rigida come uno di quei Kouros[1] che il professore di arte aveva spiegato il venerdì prima. Le statue le mettevano sempre un po’ di ansia, così immobili eppure simili alle persone vere. Ma scacciò quell’inquietudine scrollando la testa. “Bah!” pensò Loredana, “solite liti familiari.”

Nell’allontanarsi, con la coda dell’occhio non poté però fare a meno di notare la guancia violacea della madre. Quel maledetto bastardo l’aveva ancora malmenata. Scosse la testa e, grazie all’adrenalina ancora in circolo con passo infuriato la ragazza fu pronta a dire basta. Nessuno avrebbe dovuto più toccare sua madre. Nessuno!

Non fece in tempo. Suo fratello Tonio, che aveva nelle mani il diario segreto della ragazza aperto alla pagina “Conquista dell’amato”, la prese con violenza per il braccio. La trascinò lontano da quella scena costringendola a chiudersi in bagno con lui.

«Lory, che ti sei messa in testa?» strillò Tonio. «Mischiarsi con un uomo sposato? Uno dei D’Artano? Se i Mondredi vengono a saperlo siamo nei guai. Anzi, già lo sapranno per certo!»

«Sono andata al Kursaal per telefonare a Caterina. Tutto qui.»

«Abbiamo un telefono a casa!»

«Cosa è successo alla mamma?»

«Abbiamo un telefono a casa. E poi quella abita al piano di sotto. Rispondimi!»

«Ero già uscita e avevo dimenticato di comprare i fogli protocollo per il comp…»

«Smettila con ‘ste stronzate, Lory! Per lavare l’onore della famiglia, sarò io che finirò nei guai. Non viviamo in un fotoromanzo! Se davvero ami Nicola devi lasciarlo perdere, te l’ho detto mille volte. Per amore devi anche rinunciare alla persona che ami.»

«È quello che ha detto anche Nicola.»

«Chi ti ha vista stamattina al bar?»

«C’erano Zi’ Ninì, il barbiere, Gino e la Vecchia. Solo dopo è arrivato il maresciallo.»

«Ecco, siamo fottuti! Porca puttana, Lory, porca puttana!» Iniziò il panico. Abbassata la tavoletta di legno, Lory si sedette sul water a sguardo basso mentre il fratello faceva avanti e dietro in quei due metri dalle ceramiche verdastre in tinta coi tappetini. «Me ne vado, devo lasciare Bari! È l’unica cosa che posso fare.»

«Perché papà e mamma stanno litigando?»

«Perché papà vuole portarmi dal clan. Cazzo! Cazzo!»

«Possiamo ancora evitare. Nessuno sa…» tentò la gemella, zittita dall’improvviso bussare di Titìne.

Tum Tum Tum.

«Un attimo, ma’» rispose con voce tremante il figlio, aprì la finestra per cercare una via di fuga, ma il quarto piano era troppo alto. «Sono un topo in trappola! Mi hai rovinato la vita, Lory, cazzo. Cazzo! Non ti perdonerò mai. Mi hai rovinato la vita! Vaffanculo!» inspirò profondamente e rilasciò la disperazione. «Io non voglio!» Tonio si prese la testa tra le mani e iniziò a singhiozzare. «Come faccio. Come faccio?»

Titìne, che aveva percepito il dolore del figlio, aveva provato a ribellarsi al volere del marito, nonostante temesse di venire ancora picchiata al volto e di peggiorare così la sordità. Ma la risposta era stata un ceffone. Insistette alla porta del bagno. «Un attimo!» imprecò Tonio. Si fece forza. Aprì la porta. Titìne, con estrema serietà e la voce leggermente tremante, sentenziò: «Papà è in soggiorno. Deve parlarti.»

Tonio non fece in tempo a uscire dal bagno per recarsi dal padre, che Lory fuggì stordita come un gatto spaventato e si rinchiuse in camera sua, circondata da poster e riviste lontani anni luce dal mondo reale. Come un cane che insegue la propria preda, Titìne la raggiunse chiudendo la porta dietro di loro. Girò la chiave. Guardandola con disprezzo la spinse sul letto immobilizzandola con le mani. A denti stretti rilasciò la sua rabbia.

«Disgraziata! Tu vuoi distruggere la mia famiglia. Cosa ti sei messa in testa? Cosa ti sei messa in testa? Tu da oggi hai finito con la scuola.» Si avventò sul fotoromanzo di Loredana che era sul comodino e con estrema violenza lo strappò in due scaraventandolo a terra. Quelle pagine non fecero in tempo a toccare il freddo pavimento che il portone di casa sbatté. Tonio e Gesè avevano lasciato l’appartamento. La donna assaporò come del sangue sulla lingua, non riuscì a trattenere le lacrime e disperata inveì contro la figlia: «Tu sei pazza, pazza, pazza!» strillò il suo dolore iniziando a colpire Loredana con un cuscino. «Stai ammazzando mio figlio, stai ammazzando mio figlio!»

«No, non succederà! Fammi andare, mamma. Ti prego, devo avvertire Nicola. Nicola deve sapere. È tutta colpa mia! Nicola non può morire.»

Titìne si posizionò tra gli stipiti della porta. «Tu non vai da nessuna parte! Assassina, sei una sporca assassinaaaa!»

A quel rifiuto, Lory strattonò la madre con ferocia facendola capitombolare sul pavimento. Poi aprì la porta e lanciò la chiave lontano; fece per abbandonare la camera quando Titìne le si aggrappò con forza alla gamba. Lory cascò e, scalciando a più non posso, provò a svincolarsi dalla presa. Testarda, doveva avvertire Nicola. Gli occhi della povera madre impietosirono infine la figlia quando un calcio la colpì al viso e le sue parole di rabbia si trasformarono in suppliche di disperazione: «Perché mi stai facendo questo? Uccideranno anche te; ti prego, figlia mia. Fermati! Uccideranno anche te!» Troppo dolore da sopportare, la madre fu colta da un fortissimo malore al cuore. Titìne stramazzò a terra.”

[1] Il kouros (singolare di kouroi) rappresenta un giovane nell’età in cui la sua bellezza, sia fisica sia spirituale (kalokagathia), è al suo apice. Questo periodo è compreso tra i 17 e i 19 anni, cioè in quell’età che va oltre l’adolescenza e precede la maturità adulta.

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