Estratti e Racconti

Il sapore della salsedine tra le dita

Tratto da Inquietudini di Cera, Gaetano Barreca

Brighton, 19 novembre 1999

 

Ciao Toshi, compagno d’ore pazze, allegre e innamorate. È poco dopo il nostro scambio di messaggi che ti scrivo. È sera, mi trovo entusiasta nella mia piccola stanza di Brighton ospite di Penny, una donna quarantaduenne inglese manager di un piccolo store e dei suoi tre gattini. Eccomi in Inghilterra… incredibile!

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Non avrei mai pensato di esser capace di partire, abbandonare le mie pantofolaie abitudini. Avevo bisogno di riprendermi un po’ dopo mesi trascorsi con piattume e difficoltà, e ho accolto ben volentieri la proposta del mio professore di partire per il programma Erasmus. In più, condividere l’appartamento con una donna che sa’ di mamma, non è poi cosi male. Nel giorno del mio arrivo, Penny mi ha accolto con un tè e un appiccicosissimo Brighton Rock, un bastoncino caramellato tipico della costa.

La mia gioia è esplosa già all’arrivo alla stazione, un’emozione unica! Un capolavoro di architettura vittoriana adagiato sulla cima di Queen’s Road da cui si diparte una strada foderata di pub e negozietti, con tante viuzze sali scendi tipiche delle zone collinari che si conclude infine dinnanzi alla piccola Clock Tower – la torre dell’orologio – per poi gettarsi verso West Street e affacciarsi nel fantastico mare dello Stretto della Manica. Impossibile non notare subito l’affascinante decadenza del West Pier, è dalla parte opposta le mille luci del fun fair – il Luna Park – in mezzo al mare del Brighton Pier.

La spiaggia…

Il balzo provato al cuore ovviamente non si è lenito entrando in casa, un’atmosfera degna dei romanzi di Virginia Woolf o Jane Austen. Un luogo dove il tempo è rimasto sospeso, incastonato nel secolo scorso, come in attesa del ritorno degli occupanti, donne in abiti lunghi con cappelli grandi e avvolgenti e uomini alti e magri o grassi con il panciotto, tutti con il cilindro e l’immancabile ombrello sottobraccio. Odori antichi, lo scricchiolio del pavimento ligneo, i piccoli caminetti presenti in tutte le camere della casa mi hanno immerso in una realtà da sogno.

Dalla finestra saliscendi della mia camera, dalle vetrate incorniciate in tanti rettangoli lignei bianchi, riesco a vedere il mare e con l’immaginazione cerco di assaporare l’odore della salsedine.  Come Perugia, Brighton è poco distante dalla sua capitale e questo mi fa sentire libero di poter evadere, poter viaggiare verso spazi più ampi allorquando ne senta l’esigenza. C’è un treno comodissimo che parte ogni mezz’ora, destinazione London Victoria.

Ascolto i gabbiani, faccio un respiro profondo ed eccomi da te, seduto alla giapponese davanti al mio computer portatile mentre l’incenso si consuma. Cercando raccoglimento mi lascio trasportare dalle musiche new age di Karunesh – A Secret of Life[1].

Fuori soffia un vento gelido, l’autunno è ormai inoltrato e presto lascerà il passo all’inverno. Ora che le fragili foglie sono cadute dagli alberi, ci sentiamo tutti un po’ più veri, spogli da segreti da custodire che con taciturna gelosia immaginavamo impenetrabili, che nessuno avrebbe potuto giudicare per farci sentire sbagliati, colpevoli. Ecco l’inverno che si rinnova, le foglie gialle e sopite si apprestano a gelare. È fiabesca l’immagine che questa stagione rappresenta, è la sensazione di qualcosa che tramonta, che si addormenta, e allo stesso tempo è dolce, un arrendevole sogno che sta per iniziare e che costringe ad abbracciare il proprio calore per proteggersi.

Durante il mio viaggio da Perugia all’aeroporto di Gatwick ho riletto la lunga lettera che per la prima volta mi narrava la tua storia conservata con gelosia nei diari adolescenziali.[2] Quelle righe sono qui sulla moquette blu del pavimento, vicino alla tazza di Starbucks traboccante di Earl Grey tea. È stupendo essere avvolti dal tuo animo, riesco a respirare l’essenza che emana. Oltre la calligrafia tracciata tra le scritte di un inchiostro blu intenso, osservo intenerito la bellezza del disegno che mi hai dedicato. L’immagine manga mi rappresenta nell’attimo in cui dallo scarabeo del cuore partono le bende che avvolgono il mio animo per mummificarmi e farmi entrare in Khepri. È un’estasi, grazie! Mentre messaggiavamo girovagavo emozionato avanti e indietro a piedi nudi per la camera e soffermatomi davanti alla libreria stracolma di testi di viaggi e autori inglesi, ho immaginato che un giorno un tuo libro o fumetto potrà essere qui nei ripiani della libreria di Penny. Hai un talento innato, sono sicuro diventerai un grande autore.

Lo scrivere, il parlare e il disegnare comunicano tanto di te, sono tutti magici linguaggi scaturiti dal cuore. Amicizia e amore, però, sono sempre a rischio d’equivoci e malintesi, non sempre e per forza negativi.

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Dal tuo scritto colgo che anche tu hai negato alcuni aspetti della tua vita. In passato, vedendoti sempre così solare e sorridente nonostante le difficoltà, ho confuso la tua spietata voglia di andare avanti con un modo facile che sapeva di superficialità. La tua filosofia di vita contrastava troppo la mia visione stagnante del risolvere i problemi del passato e poi poter vivere. La cosa ti faceva sempre incazzare, mi ripetevi che io più di te avevo dei genitori che si erano presi cura di me, soldi e quindi la possibilità di realizzare ogni minimo sogno con facilità. Universitari fuori sede con un futuro da costruire, sogni da realizzare con entusiasmo, cosa importavano le sofferenze del passato?

Conoscendo la tua storia, ti chiedo ora scusa.

A quanto pare, se in Italia vuoi vivere serenamente in società, devi rinunciare a te stesso, conformarti alle regole e diventare un bamboccio senza autonomia di pensiero e valutazione.

Se davvero riuscissimo in questo, ad adeguarci all’imposizione dei luoghi comuni e a divenire creature omologate come gli altri ci desiderano, saremmo realmente felici? O vagheremmo storditi, come sulle rive dell’Acheronte, anime senza meta per il resto della nostra esistenza?

Io non voglio fare finta, io voglio essere e sentirmi vivo, è un desiderio cosi semplice! Cos’è la felicità se non il vivere in armonia con se stessi e con il mondo circostante, senza dover essere costretti a rinchiudersi nella propria solitudine o in mondi interiori per sopravvivere? E ai visionari come noi domando ancora: “siamo nati nell’epoca giusta?”, oppure la nostra follia, le nostre anime, i sentimenti, il sapere sono così avanti con i tempi che spetta proprio a noi cambiare il destino triste delle persone, e dare loro una speranza in più, essere testimoni della purezza dei nostri amori, del nostro essere?

Far capire che essere diversi, per noi, non vuol dire nulla, non sperimentiamo il senso di colpa. Perché la diversità è uno stato d’animo, non esiste.

Se fosse davvero possibile esserne testimoni, le sofferenze patite avrebbero un senso e in fin dei conti capirei… godendo del presente, che i miei dolori, gli squarci dell’anima non sono stati inutili. Procrastinando l’elusiva attesa del cambiamento ci osserviamo e sosteniamo a vicenda, sopravviviamo dando alle nostre inquiete anime cibo di filosofie, sogni di speranze.

Come Icaro, personaggio della mitologia greca di cui porto il nome, diveniamo l’allegoria personificata di chi, per staccarsi dalla realtà ostile, perde le sue ali di cera e precipita a terra. A ogni tentativo vano, nonostante le ferite, ne costruiamo di nuove per tentare ancora. La fiamma delle candele consumate scandisce il tempo della nostra ostinazione, consapevoli che un giorno riusciremo finalmente a volare.

Orsù dimmi: quale amore negato di libertà, indipendentemente da razza, sesso, cultura o epoca non farebbe questi discorsi?

Rifletto, mi struggo, non trovo ragione e i miei pensieri si confondono e contraddicono cercando una spiegazione logica a qualcosa che logico non è. Ehi… io sono qui, sono Icaro! Non sono un personaggio mitologico ma una creatura in carne e ossa. Vivo, perché fate finta che non esista?

Tacendo l’ardore del sentimento e l’estro di questo mio pseudo-carme, metto via lo spartito di questo monologo e scendo dal palco di questo teatro di sordi. A te, mia speranza, porgo una rosa bianca e ti reco ragione mio caro. Amare, donare e ritrovarsi sono sentimenti comuni che tutti inseguono e che qualcuno, alla fine, in qualche modo raggiunge.

Tocca a noi dare un contributo per cambiare il mondo, considerando che i diritti sono prima di tutto una vittoria sociale poi politica. Nessuno può costringerci a cercare una felicità diversa dalla certezza del tepore familiare.

Anch’io desidero esser partecipe della Dolce Vita italiana, viverla di latina passione passeggiando mano nella mano con il mio ragazzo per le strette vie acciottolate e illuminate da antichi lampioni; godere di un bacio al Colosseo; aspettare abbracciati il tiepido tramonto su una panchina lungo il Tevere, mentre la nostra canzone viene suonata da lontano. Affittare una macchina e passare le domeniche viaggiando tra i verdi paesini dell’Umbria, o andare ad assaggiare i vini della soleggiata Toscana. Il giorno di San Valentino poi, recarsi a Mantova e scimmiottare la nostra storia d’amore quasi impossibile: Romeo e Giulietta del ventunesimo secolo.

Noi giovani Montecchi e Capuleti, generazione d’ipotetici falliti sognatori che non hanno vissuto la cultura del delitto d’onore[3] e la vittoria del femminismo. Noi, chiamati all’amore, vittime di stati vitali dove dignità e rispetto familiare erano/sono alla base della società. Noi educati da figli di una cultura che non ci appartiene.

È assurdo, rivoltante pensare che alle soglie del duemila due giovani ragazzi come noi debbano nascondersi per potersi amare e sostenere discorsi sul mancato riconoscimento della società. Mio dio Toshi, mi sembrano parole dure fuoriuscite dalle bocche di personaggi storici della Rivoluzione Francese o della Carboneria, di briganti moderni alla ricerca di riscatto sociale.

Nelle lettere che Oscar Wilde scriveva dal carcere al suo amato, il grazioso ragazzo dal cuore degno di un Cristo, suggeriva di partire alla volta dell’Italia per continuare a scrivere quelle poesie che sapeva comporre con grazia così strana. A distanza di un secolo, la speranza ha abbandonato il Tevere fluendo sul Tamigi. Sono sicuro che anche noi un giorno, rileggendo queste lettere, rideremo e ci faremo beffa di quest’epoca che rinchiude le nostre anime in campi di concentramento dell’esistenza relegandoci all’isolamento sociale.  Una Shoah fredda, moderna e noi repulsi testimoni, deportati sopravvissuti a questo inspiegabile e antiquato massacro di libertà d’espressione.

Dovremmo smettere di vivere nascosti, di aver paura di essere noi stessi e di amare. È la vergogna di quel che si è che esaspera gli insensati pregiudizi, il nostro scopo d’ora in poi sarà quello di decidere che dobbiamo educare la gente al suo concetto di diversità. Spiegando che la declinazione più pura di normalità è essere se stessi, con le proprie virtù e anomalie. D’altronde…

“io desidero quello che possiedo; il mio cuore, come il mare, non ha limiti e il mio amore è profondo quanto il mare: più a te ne concedo più ne possiedo, perché l’uno e l’altro sono infiniti[4].”

In tutto questo caos di miei bizzarri richiami a pure storie d’amore vissute una cosa è certa, non siamo stati noi a scegliere le nostre famiglie. Anche se nutriamo rancore, siamo figli di altri figli, vittime di altre storie e sbagli commessi prima delle nostre nascite. Sappiamo questo, è ovvio, eppure non ne comprendiamo ragione.

Come tu non sapevi della mia adozione, io non sapevo che fossi figlio della Quarta Mafia.[5] Non sapevo che rinunciando a seguire le orme del tuo clan, hai subito violenze e sofferenze gratuite da parte di chi ti ha cresciuto, perché non era capace di comprenderti. Rifiutavano di informarsi su un mondo che non li riguardava. Picchiato, scacciato, privato del basilare affetto per colpa di quello che saresti diventato un giorno. Un bambino, cosa sa del sesso?

La tua felicità, in confronto alla perdita di virilità e autorità del proprio cognome, non valeva nulla. Il tuo handicap era un peso insopportabile per la famiglia Martini preoccupata dell’andamento dei propri affari illeciti.

Crescere e portare allo stato cosciente quello che sei, ti ha fatto sentire per molto tempo inadatto. Incompreso e discriminato dalla società perché figlio di mafiosi, dalla Chiesa perché omosessuale, dalla tua famiglia perché non divenuto un essere omologato. Il tutto contestualizzato in una città dell’Italia meridionale che fa a cazzotti tra stagnanti e arcaiche tradizioni locali, vivendo il riflesso delle glorie dei propri avi, e la giovane voglia di rinnovamento e sogni delle nuove generazioni. Uno spaccato sociale antropologicamente interessante, in cui tutti combattevano contro di noi. Figli di una stirpe di disillusi, cresciuti essendo derisi e insultati da gente fallita, che a sua volta vedeva il riflesso della sua frustrazione. Additati come generazione senza valori e sogni, mentre noi vivi camminavamo tra i morti viventi.

Educati al pudore di Dio, indotti al rogo esistenziale a causa del nostro destino ribelle, abbiamo dovuto cercare la verità dentro di noi. Amarsi e accettare la propria unicità sono stati passaggi dolorosi per noi, che da bambini portavamo orgogliosi il Sangue di Cristo all’altare.

Incompresi, mostri o esseri umani? So cosa siamo, semplici anime vittime di un malsano sistema culturale.

Come sai, nessuno può trattenere per sempre quello che è realmente e, stanchi di sopravvivere, alcuni fuggono lontano smettendo di essere figli. Divenendo instancabili nomadi alla ricerca d’affetto, questi gli stati d’animo che ci hanno fatto incontrare nella città umbra tra Roma e Firenze. Questo senso di libertà, di gioiosa speranza in un futuro migliore ma anche di non appartenenza e di rigetto sociale ci ha uniti. Ci ha reso consapevoli di essere fantastiche persone alla ricerca di un posto nel mondo, impavidi ribelli fiduciosi delle proprie ostinazioni positive. Turbolenza solo per urlare gioiosi al cielo che esisteva davvero quel qualcosa in più oltre il naso dei nostri educatori! Quel qualcosa che ci aveva reso spiriti inquieti.

Trepidazione, furia, impazienza, lacrime che si trasformavano in un futuro di speranza, la tanta agognata e sospirata innocente fuga da casa. Andare a studiare in una città lontana. Esiste un termine che possa mai comprendere le passate emozioni vivendo l’attesa dei diciotto anni per rendersi liberi?

Tanta enfasi e gloria in questi pensieri, riflessioni e continua retorica che richiama le mie ali di cera al sole, tanto da permettere che un sorriso di rassegnazione ne spenga l’entusiasmo. Che confusione che c’è in me, o forse è la società che è confusa? I miei pensieri a volte sono vicini al corto circuito e sfiorano la follia. Troppi demoni albergano il mio animo e trattengono la mia libertà di essere. Paure che sbagliando ancora una volta la gente possa entrare nel mio mondo interiore per distruggerlo. Chi non ne sarebbe terrorizzato?

Quasi contraddicendomi mi ripeto in quest’oceano di parole, a me non importa quello che la società pensa, ma ne sono automaticamente sottomesso perché voglio farne parte. Toshi, stiamo crescendo! Non voglio più fare passi falsi.

L’unica cosa che posso fare in questo momento, è mettere la giacca sopra al pigiama e recarmi al West Pier, il molo abbandonato in mezzo al mare. Sedermi sulla sabbia a osservarlo, accendermi una sigaretta, prendere un teschio in mano e lasciarmi andare a un retorico dramma.

“Essere o non essere, questo è il problema: se sia più nobile d’animo sopportare gli oltraggi, i sassi e i dardi dell’iniqua fortuna, o prender l’armi contro un mare di triboli e combattendo disperderli. Morire, dormire, nulla di più, e con un sonno dirsi che poniamo fine al cordoglio e alle infinite miserie naturale retaggio della carne, è soluzione da accogliere a mani giunte.

Morire, dormire, sognare forse: ma qui è l’ostacolo, quali sogni possano assalirci in quel sonno di morte quando siamo già sdipanati dal groviglio mortale, ci trattiene: è la remora questa che di tanto prolunga la vita ai nostri tormenti.

Chi vorrebbe, se no, sopportar le frustate e gli insulti del tempo, le angherie del tiranno, il disprezzo dell’uomo borioso, le angosce del respinto amore, gli indugi della legge, la tracotanza dei grandi, i calci in faccia che il merito paziente riceve dai mediocri, quando di mano propria potrebbe saldare il suo conto con due dita di pugnale? Chi vorrebbe caricarsi di grossi fardelli imprecando e sudando sotto il peso di tutta una vita stracca, se non fosse il timore di qualche cosa, dopo la morte, la terra inesplorata donde mai non tornò alcun viaggiatore, a sgomentare la nostra volontà e a persuaderci di sopportare i nostri mali piuttosto che correre in cerca d’altri che non conosciamo? Così ci fa vigliacchi la coscienza; così l’incarnato naturale della determinazione si scolora al cospetto del pallido pensiero. E così imprese di grande importanza e rilievo sono distratte dal loro naturale corso: e dell’azione perdono anche il nome…[6]

In questo scenario di buffa e voluta atmosfera di solitudine, sono sicuro che Shakespeare sarebbe fiero di avermi come assistente drammaturgo.

 

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[1] Karunesh, dall’album Secret of Life, 1998

[2] I diari di Alessandro sono pubblicati nel libro Martini Bias Crime.

[3]In Italia, sino a pochi decenni fa, la commissione di un delitto perpetrato al fine di salvaguardare l’onore (ad esempio l’uccisione della coniuge adultera o dell’amante di questa o di entrambi) era sanzionata con pene attenuate rispetto all’analogo delitto di diverso movente, poiché si riconosceva che l’offesa all’onore arrecata da una condotta “disonorevole” valeva come gravissima provocazione, e la riparazione dell’onore non causava riprovazione sociale.

[4] Romeo e Giulietta, William Shakespeare

 [5] Quarta Mafia o Sacra Corona Unita è il nome dato alle associazioni illecite della Puglia. Nel romanzo, la famiglia di Alessandro Martini è appartenente a un clan dellaRosa di Bari.

[6] Amleto, William Shakespeare

10 risposte »

  1. Scelgo questo brano.. perché.. richiama il mio amore per il mare, il perdermi tra il rumore del vento e i versi dei gabbiani, un breve ricordo a Virginia Wolf e d’un tratto mi viene in mente la mia “gita al faro”, e poi il sapore della salsedine.. guardare oltre l’orizzonte e potere immaginare il mondo sognato, tutto ciò che desidero.. lo posso vedere e toccare con mano anche se so che è lontano e irraggiungibile..

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  2. Ho scelto questo brano perché essendo di madre lingua inglese e avendo trascorso molto tempo durante la mia infanzia e adolescenza in Inghilterra, ho avuto voglia di rivivere quei momenti, ripercorrendo durante la lettura quei posti da te descritti cosí vividamente avendo un viaggio indietro nel tempo, rivedendomi bambina a camminare tenendo i miei nionni per mano. Attraverso le tue riflessioni ed i tuoi occhisono stata ricapultata la, in quella timeline che mi fa sempre diventare nostalgica sperando che, un giorno potró camminare di nuovo su quei viali…viaggiare su quel treno che mi porterá nuovamente al Victoria Station.

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  3. Non è stato facile scegliere ma questo mi ha colpito di più, soprattutto la descrizione della casa, trasmette calore, tranquillità e sicurezza, mi piace. L’amore tra due ragazzi, il modo in cui lui ne parla, le frasi, le parole, i tormenti, molto bello, bisogna pensare che tutti noi abbiamo sentimenti ed emozioni che nessuno mai dovrebbe calpestare…

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  4. Ciao il brano A, IL SAPORE DELLA SALSEDINE TRA LE DITA è il brano che mi ha stregato, che mi ha portato in modo quasi curioso ed egoistico a prendere il libro. Forse perché quel brano indirettamente racchiude, un pò, la storia che io ho vissuto con Johnny. Una cosa che mi ha colpito della narrazione è stata la presenza di dettagli. Il portare il lettore nella storia, farlo partecipe, il vivere i sentimenti che viveva Icaro. La passione di quei sentimenti ancora mi colpiscono e quando ho la possibilità li racconto agli altri, amici e colleghi. Non so ma La storia il libro è una droga. Ogni volta che prendo in mano la storia o qualche pezzo scopro cose nuove. La parte romantica, la parte meno positiva, il dissapore, la passione, la speranza vivono una accanto all’altra senza stonare. Questo capitolo, ma anche nel libro, mi sembra di ascoltare una favolosa melodia che non stanca mai.

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  5. È una lettura piacevole, l’impressione provata è quella di sedere in una sala da tè inglese ed osservare il ragazzo seduto qualche tavolo più in là assorto nella scrittura di una lettera. È pura emozione. Mi sembra di vedere il tuo Icaro cambiare espressione durante la stesura dei suoi pensieri ed ogni tanto sorseggiare il suo Earl Grey tea. È pace osservarlo ed io mi sento coinvolta lasciando un probabile libro Orgoglio e Pregiudizio per essere attratta da cotanta dolcezza. Non mi stancherò mai di tornare a visitare questa sala da tè di Brighton, grazie!

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