Vivere a Londra

Oggi scrivo qui, Icaro a Brighton!

Londra, 14 settembre 2011

Giornata di riposo, o day off come lo chiamano in Uk, dedicato a organizzare le idee e pronto a godere della tanto ambita seconda edizione del mio primo romanzo. SECONDA EDIZIONEEE! Fatemela tirare un pochettino eh, eh.

L’Amuleto dell’Essere pubblicato nel 2008 era fuori commercio e, considerando il discreto successo, ho deciso di riproporlo autoproducendomi con una casa editrice meritevole di attenzioni quali la Photocity edizioni – già Boopen edizioni – aggiungendo una nuova veste grafica.

Incredibile quanto non solo il mio modo di scrivere, ma anche la mia vita sia cambiata in soli tre anni. Ero un timido nessuno che aveva dei sogni da realizzare, quali la pubblicazione del proprio piccolo romanzo, oggi sono Lo scrittore italiano che viene da Londra che ha appena rilasciato un’intervista al giornale di Calabria, riguardante gli italiani che decidono di far espatriare i propri sogni. A ventinove anni, prima della partenza per Londra, avevo una fottuta paura dell’ignoto. Non conoscevo l’inglese né tanto meno mi ero mai interessato della cultura del regno di Elisabetta. Al mio arrivo nulla è stato facile, ma è stato tutto affascinante. Una continua scoperta di modi di vivere la realtà diversa dal tuo modo di concepire la vita. Sognatori che si incontrano e ti parlano delle proprie esperienze, la costante paura di non farcela ma la determinazione delle proprie volontà. Un vortice di emozioni positive, miste a paure che ti rendono vivo. Ti rendono un sognatore libero.

Oggi, lasciando i problemi giornalieri da un’altra parte, ho deciso che voglio godermi la mia piccola gloria, il mio smacco alle difficoltà passate e dedicarmi al mio romanzo. Prima cosa da scegliere l’ambiente dove passare il tempo a spremersi le meningi per migliorare il mio scritto senza stravolgerlo.

Il mio laptop, la mia mug rossa di Nescafè, un sottofondo di musica jazz e Ciak si scrive!

Accompagnata dalla foto della nuova copertina dell‘Amuleto dell’Essere, vi regalo uno stralcio del romanzo che sto scrivendo. È da revisionare, ma spero che vi paiccia!

Da Icaro, per Toshi

Il pudore di Dio

Brighton, 19 novembre 1999

Ciao Toshi, compagno d’ore pazze, allegre e innamorate. È poco dopo il nostro scambio di messaggi che ti scrivo. È sera, mi trovo nella mia piccola stanza di Brighton, ospite di una famiglia inglese. Eccomi in Inghilterra, incredibile! Non avrei mai pensato di esser capace di partire e abbandonare le mie abitudini.

Avevo bisogno di riprendermi un po’ da mesi trascorsi con piattume e difficoltà ho accolto ben volentieri la proposta di partire per il programma Erasmus . Condivido l’appartamento con Catherine, la proprietaria quarantaduenne manager di un piccolo store di oggettistica, e i suoi tre gatti. Sono entusiasta di stare qui, è tutto nuovo e accogliente in più, condividere l’appartamento con una donna che sa di mamma non è poi cosi male. Come Perugia, Brighton è poco distante dalla sua capitale e questo mi fa sentire libero di poter evadere, poter viaggiare verso spazi più ampi allor quando ne senta l’esigenza. C’è un treno comodissimo che parte ogni mezz’ora per Londra Victoria.

La prima volta che sono entrato in casa, ho assorto l’emozione di visitare un luogo dove il tempo è rimasto sospeso, incastonato nel passato secolo scorso, come in attesa del ritorno degli occupanti. Odori antichi, lo scricchiolio del pavimento in legno, i piccoli caminetti presenti in tutte le camere della case mi hanno immerso in una realtà da sogno. Dalla finestra saliscendi della mia camera posso vedere l’Oceano. Ascolto i gabbiani, faccio un respiro profondo ed eccomi a te, seduto alla giapponese davanti al mio computer portatile mentre l’incenso brucia, e in compagnia delle melodie new age di Karunesh. Ascolto a ripetizione A Journey Of The Heart, cercando raccoglimento.

Fuori soffia un vento gelido, l’autunno è ormai inoltrato e presto lascerà il passo all’inverno. Ora che le fragili foglie sono cadute dagli alberi, ci sentiamo tutti un po’ più veri, spogli da segreti da custodire che con taciturna gelosia immaginavamo impenetrabili, che nessuno avrebbe potuto giudicare per farci sentire sbagliati, colpevoli. Ecco l’inverno che si rinnova, le foglie gialle e sopite si apprestano a gelare. È fiabesca l’immagine che questa stagione rappresenta, è la sensazione di qualcosa che tramonta, che si addormenta, e allo stesso tempo è dolce, un arrendevole sogno che sta per iniziare e che costringe ad abbracciare il proprio calore per proteggersi.
Dopo bufere di malintesi, scontri e finti addii, avverto una rinnovata e piacevole atmosfera che ci permette di comunicare e intendersi. Finalmente, questo tepore di benessere m’induce a riaprirti il mio pensiero.

Durante il mio viaggio da Perugia a Londra Stansted ho portato con me la lunga lettera che mi narrava la tua storia. Adesso è qui sulla moquette blu del pavimento, vicino alla tazza di Starbucks straboccante di Earl Grey tea. È stupendo essere avvolti dal tuo animo, riesco a respirare l’essenza che emana. Oltre la calligrafia tracciata tra le righe da un inchiostro blu intenso, osservo intenerito la bellezza del disegno che mi hai dedicato. L’immagine manga mi rappresenta nell’attimo in cui dallo scarabeo del cuore partono le bende che avvolgono il mio animo per mummificarmi e farmi entrare in Khepri. È un’estasi, grazie! Hai un talento innato, sono sicuro diventerai un grande autore. Lo scrivere, il parlare e il disegnare comunicano tanto di te, sono tutti magici linguaggi scaturiti dal cuore. Amicizia e amore, però, sono sempre a rischio d’equivoci e malintesi, non sempre e per forza negativi.

Dal tuo scritto colgo che anche tu hai negato alcuni aspetti della tua vita. In passato, vedendoti sempre così solare e sorridente nonostante le difficoltà del vivere, ho confuso la tua spietata voglia di andare avanti per un modo facile che sapeva di superficialità. La tua filosofia di vita contrastava troppo la mia visione stagnante del risolvere i problemi del passato e poi poter vivere. La cosa ti faceva sempre incazzare, mi ripetevi che io più di te, avevo dei genitori che si erano presi carico di me, soldi e quindi la possibilità di realizzare ogni minimo sogno con facilità. Universitari fuori sede con un futuro da costruire, sogni da realizzare con entusiasmo, cosa importavano le sofferenze del passato?
Conoscendo la tua storia, ti chiedo ora scusa.

A quanto pare, se in Italia vuoi vivere serenamente in società, devi rinunciare a essere te stesso, conformarti alle regole e diventare un bamboccio senza autonomia di pensiero e valutazione.

Mi domando: se davvero riuscissimo in questo, ad adeguarci all’imposizione dei luoghi comuni e divenire creature omologate come gli altri ci desiderano, se e allor quando riusciremo in tutto ciò, saremo realmente felici? O vagheremmo storditi, come sulle rive dell’Acheronte, anime senza meta per il resto della nostra esistenza?

Io non voglio fare finta, io voglio essere e sentirmi vivo. È un desiderio cosi semplice, ma cos’è la felicità se non il vi-vere in armonia con se stessi e con il mondo circostante, senza dover essere costretti a rinchiudersi nella propria so-litudine o in mondi interiori per sopravvivere? E ai visiona-ri come noi domando ancora: Siamo nati nell’epoca giusta? Oppure la nostra follia, le nostre anime, i sentimenti, il sapere sono così avanti con i tempi che spetta proprio a noi cambiare il destino triste delle persone per dare loro una speranza in più, per essere testimoni della purezza dei nostri sentimenti, del nostro essere?

Far capire che essere diversi, per noi, non vuol dire nulla, non viviamo il senso di colpa. Perché la diversità è uno stato d’animo, non esiste. Se fosse davvero possibile, esserne testimoni, allora le sofferenze patite avrebbero un senso e in fin dei conti… capirei, godendo del presente, che i miei dolori, gli squarci dell’anima non sono stati inutili. Come Icaro, il mito greco che porta il mio nome, diveniamo l’allegoria personificata di chi, per staccarsi dalla realtà ostile, perde le sue ali di cera e precipita a terra. A ogni tentativo vano, nonostante le ferite, ne costruiamo di nuove, per tentare ancora. La fiamma delle candele consumate, scandisce il tempo della nostra ostinazione, consapevoli che un giorno riusciremo a volare.
Procrastinando l’elusiva attesa del cambiamento ci osserviamo e sosteniamo a vicenda, sopravviviamo dando alle nostre inquiete anime cibo di filosofie, sogni e speranze.

Orsù dimmi: quale amore negato di libertà, indipendentemente da razza, sesso, cultura o epoca non farebbe questi discorsi? Rifletto, mi struggo, non trovo ragione e i miei pensieri si confondono e contraddicono cercando una spiegazione logica a qualcosa che logico non è. Ehi… io sono qui, sono Icaro! Non sono un personaggio mitologico ma una creatura in carne ed ossa. Vivo, perché fate finta che non esista?

Tacendo l’ardore del sentimento e l’estro di questo mio pseudo carme, metto via lo spartito di questo mio monologo e scendo dal palco di questo teatro di sordi. A te mia speranza, porgo una rosa bianca e ti reco ragione mio caro amore: Amare, donare e ritrovarsi sono sentimenti comuni che tutti inseguono e che molti, alla fine, in qualche modo sfuggono. Tocca a noi dare un contributo per cambiare il mondo, considerando che i diritti sono prima di tutto una vittoria sociale poi politica.
Anch’io desidero esser partecipe della Dolce Vita italiana, viverla di latina passione passeggiando nella mano con il mio ragazzo per le strette vie ciottolate e illuminate da antichi lampioni; Godere di un bacio al Colosseo; aspettare abbracciati il tiepido tramonto in una panchina lungo il Tevere, mentre la nostra canzone viene suonata dal cellulare. Affittare una macchina e passare le domeniche viaggiando tra i verdi paesini dell’Umbria, o andare ad assaggiare i vini della soleggiata Toscana. Il giorno di San Valentino poi, recarsi a Mantova e scimmiottare la nostra storia d’amore quasi impossibile: i Romeo e Giulietta del ventesimo secolo. Noi giovani Montecchi e Capuleti, generazione d’ipotetici falliti sognatori che non hanno vissuto la cultura del delitto d’onore e la vittoria del femminismo. Noi, chiamati all’amore, vittime di stati vitali dove dignità e rispetto familiare erano/sono alla base della società. Noi educati da figli di una cultura che non ci appartiene.

È assurdo, quasi riluttante pensare che alle soglie del Duemila due giovani ragazzi come noi debbano nascondersi per potersi amare e sostenere discorsi sul mancato riconoscimento della società. Mio dio Toshi, mi sembrano parole dure fuori uscite dalle bocche di personaggi storici della Rivoluzione Francese o della Carboneria, di briganti moderni alla ricerca di riscatto sociale. Nelle lettere che Oscar Wilde scriveva dal carcere al suo amato, il grazioso ragazzo dal cuore degno di un Cristo, suggeriva di partire alla volta dell’Italia per continuare a scrivere quelle poesie che sapeva comporre con grazia cosi strana. A distanza di un secolo, la speranza ha abbandonato il Tevere fluendo sul Tamigi. Sono sicuro che anche noi un giorno, rileggendo queste lettere, rideremo e ci prenderemo beffa di quest’epoca che rinchiude le nostre anime in campi di concentramento dell’esistenza relegandoci all’isolamento sociale. Una Shoah fredda, moderna e noi repulsi testimoni, deportati sopravvissuti da questo inspiegabile e antiquato massacro di libertà d’espressione.

Dovremmo smettere di vivere nascosti, di aver paura di essere noi stessi e di amare. È la vergogna di quel che si è che esaspera gli insensati pregiudizi, il nostro scopo d’ora in poi sarà quello di decidere che dobbiamo educare la gente al loro concetto di diversità. Spiegando che la declinazione più pura di normalità è essere se stessi, con le proprie virtù e anomalie. D’altronde… io desidero quello che possiedo; il mio cuore, come il mare, non ha limiti e il mio amore è profondo quanto il mare: più a te ne concedo più ne possiedo, perché l’uno e l’altro sono infiniti .

L’Amuleto dell’Essere, Gaetano Barreca

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